La cattura del Capo dei Capi

Il 17 novembre 2017 moriva Salvatore Totò Riina, ex capo dei capi di Cosa Nostra. Era incarcerato in regime di 41 bis dal 1993, anno della sua cattura.
In quel lontano anno di 27  anni fa Riina vive in un compound di villette in Via Bernini. Il capo dei capi non si accorge, forse per un malcelato delirio di onnipotenza, che la terra inizia a scottargli sotto i piedi. Vive in questa riservatissima villetta costruita dai costruttori fratelli Sansone, legati a doppio filo con il boss corleonese, e poi venduta ad una società amministrata da un prestanome insospettabile: l’ingegnere Giuseppe Montalbano, figlio di una delle figure storiche del Partito Comunista siciliano. Montalbano firma il contratto di locazione intestandolo ad un certo Bellomo e paga per conto di Riina affitto e bollette.
Riina non legge i segnali dell’imminente pericolo come la scomparsa del suo autista storico Balduccio di Maggio e soprattutto rimarrà spiazzato dalla trattativa mafia-stato avviata da lui stesso e orchestrata dal suo amico Provenzano per mettere fine alle stragi ed ottenere concessioni da parte della politica. Lui, l’incontrastato ras di Cosa Nostra, l’ideatore della guerra aperta a quella parte dello Stato che non si piega allo strapotere criminale è una delle concessioni mafiose nel “papello” che stanno trattando il colonnello dei Carabinieri Mori e il capitano De Donno.
Vito Ciancimino e Balduccio Di Maggio. In separate sedi e momenti, il collaboratore di giustizia indica agli inquirenti dove si nasconde Riina latitante impunito dal 1969. U’curtu, come viene soprannominato a causa della bassa statura, ha i giorni contati.
La zona intorno a Via Bernini viene presidiata dagli uomini del CRIMOR, una squadra della 1ª Sezione del 1º Reparto del R.O.S. – Raggruppamento operativo speciale dell’Arma dei Carabinieri creata nel settembre 1992 come nucleo “da impiegare in servizio provvisorio di lunga durata”- Questo reparto speciale dei Carabinieri comandato dal capitano ULTIMO, (Sergio Di Caprio) aveva come compiti operativi il contrasto alla criminalità organizzata mediante l’analisi ed il raccordo informativo, nonché il supporto tecnico-logistico alle attività investigative ed in particolare la ricerca e la cattura dei più pericolosi latitanti di Cosa Nostra.
Il 15 gennaio del 1993 l’appostamento decisivo, il pentito Balduccio Di Maggio, riconosce la moglie de “La Belva” altro soprannome con il quale è conosciuto Riina e poco dopo, il super boss esce dalla villetta a bordo di una Citroen. Ultimo ed i suoi carabinieri attuano uno spettacolare inseguimento che termina con la cattura del Capo dei Capi di Cosa Nostra, che si piscia addosso,forse improvvisamente consapevole che la sua carriera criminale è giunta al capolinea.
Alle 21.30 di quella sera d’inverno le edizioni straordinarie dei telegiornali interrompono tutti i programmi televisivi con le immagini di U’Curtu con il viso gonfio e stralunato, in caserma, sotto un ritratto del generale Dalla Chiesa.
Gli inquirenti si trovano a dover districare un’altra grana. Balduccio Di Maggio il pentito ha fatto le sue rivelazioni con la promessa di intascare la taglia che pendeva sul capo di Riina. Minaccia di non collaborare più se non gli sarà dato quanto gli “spetta”.
Cosi in quel mese di gennaio presso il Ministero degli Interni si riuniscono insieme al pentito di mafia ed al suo avvocato, il procuratore nazionale antimafia Piero Luigi Vigna insieme a Pietro Grasso, ex Presidente del Senato ed allora magistrato in servizio attivo, il sottosegretario con delega ai pentiti Luigi Rossi ed un’altra quindicina di alti funzionari e rappresentanti delle forze di polizia.
Si discute per ore ed alla fine si trova un classico compromesso all’italiana. Niente taglia ma un anticipo del sussidio mensile che spetta per legge ai pentiti integrato da un piccolo prestito. Si stima che ai fini delle indagini e dei processi con i vari ordini di giustizia Di Maggio sarà “al servizio” dello Stato per venti anni.
Si fanno gli opportuni calcoli e si stabilisce che all’ex autista di Totò Riina, spettano un miliardo e mezzo di vecchie lire. Gli si liquida subito, 500 milioni, un terzo di quanto stabilito nell’accordo.
Cosi Balduccio di Maggio continuerà a “cantare”.

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