La nascita della televisione commerciale italiana.

Ottorino Barbuti era un ingegnere ed inventore nato nel 1924 in provincia di Parma, ma brianzolo d’adozione. Nel 1983 ha già brevettato numerose invenzioni nel campo della miniaturizzazione, dei transistor e dei sensori (è suo il sensore no-touch che permette l’apertura dei rubinetti senza utilizzare le mani).
Uomo schivo e riservato ma con uno spiccato senso degli affari Barbuti inventerà anche il videocitofono. Quasi venti anni prima nel 1956 Barbuti aveva fondato l’Elettronica Monzese iniziando a produrre in modo quasi artigianale televisori in bianco e nero. Nel 1957 iniziò la costruzione di piccoli ripetitori per migliorare la ricezione dei canali Rai.

Barbuti non si ferma qui, agli inizi degli anni Ottanta sull’asfittico panorama televisivo italiano iniziano ad affacciarsi altre reti che trasmettono in lingua italiana: la TV della Svizzera, quella di Montecarlo e la tv di Capodistria mentre iniziano a spuntare come funghi a livello locale le cosiddette televisioni libere, ed il nostro ingegnere-inventore brevetta un convertitore di canali che consente la visione di tutte le emittenti, questo dispositivo converte il vecchio segnale UHF nel nuovo VHF.

Barbuti pensa in grande è convinto che se si potesse mettere su una rete di ripetitori in tutto il paese, alternativa a quella della RAI, il mercato sarebbe pronto per un’altra emittente nazionale, stavolta privata e commerciale.
Insieme al suo socio Salvatore Galliani, padre di Adriano e segretario comunale di Lissone, decide quindi di partire per un tour nazionale volto ad acquisire “alture o cocuzzoli” dove piazzare i nuovi ripetitori. Ci vogliono però i soldi per un’operazione del genere, tanti soldi e ne Barbuti ne il suo socio Galliani ne hanno abbastanza.

Offrono quindi la loro idea per creare un network nazionale alla Rizzoli ed alla Mondadori che manifestano da tempo un certo interesse verso la televisione, ma i due colossi dell’editoria snobbano la proposta.
Sarà un giovane e controverso imprenditore lombardo, Silvio Berlusconi, a finanziare l’impresa fiutando l’affare del secolo.

Ed cosi che i due Galliani, padre e figlio, che nel frattempo hanno rilevato l’Elettronica Monzese dal Barbuti, partono per un giro quadriennale dalla Sicilia alle Alpi a caccia di cocuzzoli e di frequenze. I soldi non mancano, un ingente fiume di denaro liquido assicurato da Berlusconi.
Adesso l’ex cavaliere può trasmettere a livello nazionale e si “impossesserà” dei canali 4, 5 e 6 del telecomando lanciando la sua televisione commerciale e con essa il più profondo e deleterio sconvolgimento culturale della storia italiana.

Ci penserà poi la politica ed il suo sodale Bettino Craxi a salvare le televisioni di Berlusconi che operavano in spregio alla normativa esistente.
Infatti nell’ottobre 1984 la RAI presenta un esposto contro la Fininvest che di fatto viola la legge sul monopolio radiotelevisivo (questa legge prevedeva che solo la RAI, in quanto pubblica, possa trasmettere su scala nazionale, mentre canali radiofonici e/o televisivi privati possono trasmettere al massimo a livello regionale) e le tre reti del gruppo vengono oscurate (continuando a trasmettere nella sola Lombardia).

Immediatamente interviene la politica “amica” il Presidente del Consiglio Bettino Craxi, torna frettolosamente da un viaggio ufficiale a Londra (20 ottobre 1984) per firmare un decreto-legge ribattezzato Decreto Berlusconi (poi convertito in legge due anni più tardi), che legalizza la trasmissione via etere a livello nazionale delle emittenti radiotelevisive private, abrogando così la legge del monopolio RAI; in seguito a ciò Canale 5, Italia 1 e Rete 4 possono nuovamente trasmettere su tutto il territorio italiano.

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