L’Armageddon del calcio

L’eliminazione degli azzurri dai prossimi mondiali ha fatto precipitare la crisi del calcio italiano ad un livello mai raggiunto nella sua secolare storia.
Oggi il 74enne Tavecchio, nel corso di una surreale conferenza stampa, a metà tra lo sfogo e l’invio di messaggi trasversali e condita da una buona dose di autoassoluzione, si è dimesso.
Mentre era in corso la conferenza stampa dell’ex Presidente Federale il Presidente del Coni Malagò annunciava per il prossimo mercoledi, una Giunta Straordinaria per procedere al commissariamento della Federcalcio, motivando questa scelta con una presunta ingovernabilità del sistema.
Il calcio italiano si trova cosi senza i vertici legittimi delle tre poltrone più importanti: Federcalcio, Lega di A e Lega di B.
Nel mezzo una situazione tecnica e sportiva che ha portato la Nazionale a non partecipare dopo 60 anni ai Mondiali di calcio. Un danno non soltanto di prestigio e sportivo ma anche economico.
Che il calcio italiano sia gravemente malato lo si sa da tempo. Un calcio fortemente ridimensionato sul piano sportivo, a livello di nazionale non vinciamo più niente dal 2006 ed a livello di club, l’ultima coppa vinta è la Champions nel 2010 dall’Inter di Mourinho.
Un calcio fortemente indebitato con grandi squadre come la Roma e l’Inter sottoposte al regime del settlement agreement per la violazione del Fair Play Finanziario, il Milan indebitato oltre misura ma soprattutto decine di società minori che falliscono e spariscono ogni stagione, l’ultima in ordine di tempo il Modena.
La nostra Serie A è passata da campionato leader in Europa, posizione che ha detenuto da metà degli anni 80 a metà degli anni 90 a torneo mediocre e tecnicamente impoverito. Lo stesso dominio juventino degli ultimi sei anni, oltre ad un’oculata gestione sportiva e finanziaria, è stato possibile anche grazie alla mediocrità complessiva del torneo.
Questo scivolamento verso le posizioni di rincalzo è evidenziato dalla nascita di una generazione di calciatori che non ha assicurato un ricambio tecnico adeguato degli ultimi campioni nostrani, Totti e Del Piero, soltanto per esemplificare e per limitarci alle icone più importanti.
La scelta scellerata di Ventura ha soltanto accentuato, l’ennesima evidenziazione, di un calcio che cerca di vivere, un po’ come quei nobili decaduti che non si accorgono e non accettano di misurarsi con una nuova e proletaria condizione.
La partita che si apre adesso rischia purtroppo di trasformarsi in un’altra operazione gattopardesca nella quale la battaglia sui nomi diventa il velo con cui nascondere l’immobilismo di un sistema ingessato ed arcaico che sta affondando lo sport nazionale italiano.

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