Il pericolo digitale

Poco più di 10 anni fa, Jeremy Rifkin, autorevole economista americano pubblicava un saggio dal titolo emblematico “La fine del lavoro”. In questa opera, le previsioni di Rifkin si concentravano sulla sparizione dei mestieri tradizionali e dei segmenti di lavoratori meno specializzati in seguito al progresso tecnologico ed informatico.
Sono passati poco più di dieci anni ed i progressi nelle tecnologie digitali, nella robotica, nell’Intelligenza Artificiale, nel cloud computing, nell’analisi dati e nelle comunicazioni mobili hanno reso il saggio di Rifkin “ottimista”.
Nei prossimi decenni milioni di posti di lavoro saranno spazzati via in ogni settore dell’economia: dall’agricoltura alla medicina, dalla finanza ai trasporti, ridefinendo lo stesso concetto di lavoro.
E stavolta non saranno interessati soltanto i lavoratori meno qualificati o i vecchi mestieri come prediceva Rifkin.
L’apprendimento automatico dei software apre la possibilità di automatizzare compiti cognitivi più complessi e non routinari. In altri termini molte professioni specializzate hanno gli anni contati.
Tanto per fare un esempio di cosa parliamo un gruppo di ricerca ha dimostrato che circa 129.000 immagini di lesioni cutanee potrebbero essere utilizzate per addestrare una macchina a diagnosticare il cancro della pelle con un livello di precisione paragonabile a quello di dermatologi qualificati.
Un altro effetto perverso della cosiddetta gig economy è il potenziale aumento dello sfruttamento dei lavoratori. Molte applicazioni se da un lato permettono di delocalizzare il lavoro, di permettere la nascita di nuove frontiere di telelavoro e di non essere più vincolati al mercato locale del lavoro, contengono in se elementi di destrutturazione di diritti e di tutele, oltre che pesanti ripercussioni sul fronte salariale.
Nella gig economy c’è un enorme surplus di domanda di lavoro, il che spinge alcuni lavoratori a diminuire i propri compensi al di sotto della soglia che considerano equa. Inoltre, molti lavorano intensamente per molte ore di fila per rispettare le scadenze e non perdere un lavoro precario e poco pagato.
Infine la difficoltà di creare nuovi posti di lavoro potrebbe scontrarsi contro il digital divide, ovvero sulla carenza di competenze digitali di ancora consistenti segmenti della forza lavoro. Per questo sono in atto da anni campagne di alfabetizzazione digitale anche se un aspetto che la ricerca sta già chiarendo è che anche programmi di formazione ben progettati potrebbero non bastare a garantire il successo nel mondo del lavoro digitale.

Rimane in conclusione il punto critico di come rimpiazzare i milioni di posti di lavoro che andranno perduti per il crescente progresso tecnologico e per la sempre più massiccia presenza dell’Intelligenza Artificiale.

La politica dovrebbe affrontare seriamente questa prospettiva perchè il rischio concreto e che si formi una sterminata massa di persone, spesso ben istruite, senza lavoro o inoccupata con conseguenze serissime sulla stabilità dei conti pubblici e sulla coesione sociale e democratica dei paesi occidentali.

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