Cervello e mancinismo

Fin dalla scoperta che il cervello umano è diviso da due emisferi distinti, quello sinistro e quello destro ci si è interrogati se questa divisione corrispondesse ad una specializzazione funzionale delle due aree, la cosiddetta lateralizzazione.
Nel 1865 il medico francese Paul Broca scoprl che in presenza di lesioni sul lobo frontale sinistro del cervello, si ha un impatto molto maggiore nel linguaggio parlato che se le lesioni riguardano invece il lobo destro.
In altre parole si accertò che l’uso della parola risiede nell’emisfero sinistro, e precisamente nel lobo frontale in un’area da allora conosciuta come Area di Broca.
Nel 1873 lo psichiatra tedesco Carl Wernicke scopre che lesioni ancora più profonde nell’emisfero sinistro influenzano significativamente la comprensione del linguaggio sia parlato che scritto, ma non incidono sulla capacità di esprimersi, in altri termini i soggetti che hanno subito questi danni parlano in modo naturale e senza inciampi, ma incomprensibilmente.
Con il passare degli anni e della ricerca si è arrivati a comprendere che mentre per le attività fisiche e sensoriali la lateralizzazione del cervello è piuttosto netta, per quanto attiene invece le altre funzioni la lateralizzazione non è completa.
Per rimanere al linguaggio se la parte sinistra del nostro cervello controlla la capacità di esprimersi, la parte destra è invece responsabile del tono del linguaggio e della comprensione delle singole parole.
Una parte importante del nostro cervello è il cosiddetto corpo calloso che collega i due emisferi, quello destro e quello sinistro. Le lesioni del corpo calloso provocano problemi di coordinamento sia mentale che fisico, ad esempio un’aprassia idromotoria sinistra impedisce all’individuo colpito di effettuare gesti simbolici con la parte sinistra del cervello, come ad esempio un saluto militare.
Il cervello è lo stesso sia per le persone mancine che per i destrimani, con l’unica differenza che i mancini sono meno lateralizzati.
La popolazione mancina nel mondo è pari a circa il 15% della popolazione globale. Essi vivono in un mondo letteralmente disegnato, pensato e costruito per i destrimani. Questo significa che hanno dovuto imparare a fare molte cose con la destra, di fatto riducendo la specializzazione del cervello assicurata dalla sua lateralizzazione.
Quindi nei secoli i mancini hanno dovuto adattarsi a vivere in un mondo pensato per i destrimani e come mai allora non si sono evoluti, adattandosi e quindi progressivamente sparendo?
Secondo diverse ricerche antropologiche infatti il numero di mancini anche nelle ere più lontane da noi è sempre oscillato intorno alla soglia del 15%.
Tutt’ora non è ben chiara l’origine del mancinismo. Certamente non è culturale, le varie società spesso hanno osteggiato i mancini e tutte non si sono preoccupate delle loro difficoltà a vivere in un mondo di destrimani.
Le origini non sono neppure ereditarie, studi hanno dimostrato che avere genitori mancini non aumenta le possibilità di avere figli mancini.
Un origine genetica allora? Forse.
Nonostante questo negli ultimi 500.000 anni la popolazione mancina è rimasta inalterata. In effetti se ci pensiamo bene, essere mancini, nonostante quanto affermato fino ad adesso (una esigua minoranza che vive in un mondo di destrimani) può conferire in alcuni settori o momenti un vantaggio molto importante rispetto ai “destro-dotati”.
Ad esempio nello sport. Contro un mancino un destro perderà circa l’85% delle volte. Non è un caso che nei campioni di tennis, ping pong, baseball, calcio (limitatamente ai dribbling) la percentuale di mancini è nettamente superiore alla media presente nella popolazione. Mentre per gli sport di tipo individuale come il nuoto, il golf o l’atletica si torna nella media abituale.
Come mai se essere mancini è un vantaggio il numero dei “sinistrorsi” non è cresciuto nei secoli fino a raggiungere circa la metà della popolazione?
La spiegazione è abbastanza semplice, il vantaggio che il mancino ricava è di natura competitiva e questo implica a sua volta uno svantaggio di tipo collaborativo. L’essere umano fa parte di una specie che oltre alla competizione ha bisogno di una forte capacità di collaborare e cooperare per sopravvivere e prosperare.
Quando un destrimano produce uno strumento che gli serve (da un attrezzo agricolo ad un’arma) lo fa pensando da destrimano per i destrimani. E questo non aiuta i mancini nella sua utilizzazione e quindi nella collaborazione. Se il mondo in cui viviamo fosse soltanto di natura collaborativa essi sarebbero scomparsi da tempo ma per fortuna dei mancini, viviamo in un mondo in cui la competizione dalle relazioni personali, all’ambiente di lavoro, allo sport è una realtà fondamentale della vita sociale dell’essere umano.

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