Legge elettprale: il patto della disperazione

L’accordo sulla legge elettorale in “salsa tedesca” raggiunto da PD, Forza Italia e pentastellati apre la strada a possibili elezioni in autunno ma pone il paese di fronte ad inquietanti scenari, sia sotto il profilo istituzionale che economico.
Dal punto di vista istituzionale per dare un giudizio compiuto e corretto sulla legge elettorale prossima ventura occorre conoscere più compiutamente l’articolato. Per adesso sappiamo che si ispira al modello tedesco, che è di natura proporzionale e che prevederebbe un premio di maggioranza per garantire (sic!) la governabilità.
Il modello tedesco prevede che la metà dei parlamentari siano eletti in collegi uninominali secondo uno schema maggioritario mentre l’altra metà è scelta con un voto di lista proporzionale, ma la lista deve superare la soglia di sbarramento fissata al 5 per cento.
Scatta poi sulla base dei risultati conseguiti un processo compensativo per cui chi vince di più nei collegi prende meno seggi nelle liste proporzionali. Ogni elettore vota infatti con due schede: una per eleggere uno dei candidati della sua circoscrizione e una per scegliere un partito a livello nazionale. Va infatti ricordato che la quota dei deputati eletti con il maggioritario in Germania ha l’unico scopo di rafforzare il collegamento tra rappresentati e territorio, in quanto la legge elettorale tedesca è nel suo complesso una legge meramente proporzionale con soglia di sbarramento.
Ecco questo punto apparentemente secondario discrimina tra il modello tedesco ed il cosiddetto “rosatellum” dal primo firmatario della proposta di legge Ettore Rosato (PD), detto anche modello similtedesco.
Un altro nodo da sciogliere è l’entità del premio di maggioranza che si vuole attribuire alla lista per cosi dire prima classificata.
Non dobbiamo infatti dimenticare che già il 5% di sbarramento determina un indiretto premio di maggioranza ai partiti che superano tale soglia ed un eventuale ulteriore, sostanzioso premio rischia di produrre un forzatura democratica, un vero e proprio vulnus che vede una minoranza esercitare un potere spropositato sulla maggioranza degli elettori in nome delle presunte esigenze di stabilità del sistema politico.
Ancora una volta i partiti nella loro logica di accaparramento del potere fingono di ignorare che il problema della governabilità non è una questione di numeri bensi’ una chiarezza programmatica ed alternativa tra gli schieramenti, una compattezza tra schieramenti affini e non una mera accumulazione di liste e voti che trovano nella gestione e spartizione del potere l’unica ragione di esistere.

Appare evidente che PD e Forza Italia abbiano già prefigurato lo scenario di un governo di larghe intese per il dopo voto e il Movimento 5 Stelle, alla faccia della sua retorica, sul potere dei cittadini, è disposto a sacrificare una legge elettorale democratica e coerente, nella convinzione di avere a portata di mano la vittoria nelle prossime elezioni politiche o nel peggiore dei casi un ruolo chiave come oppositore con il 30 per cento dei consensi, in grado di poter riprendere il solito bombardamento qualunquista senza avere le responsabilità di governo, duramente messe alla prova a Roma.

Verdini, grande faccendiere politico e trait d’union tra Renzi e Berslusconi, ha già dichiarato che dopo il voto, l’esito più naturale e scontato è un governo di larghe intese.

Il secondo elemento di preoccupazione, se questo accordo, andrà in porto, e come verrà affrontata la manovra correttiva d’autunno. Il rischio fondato è che si possa oscillare tra un’applicazione lassista per meri fini elettorali della manovra finanziaria necessaria per rimettere ordine nei conti pubblici italiani ed un’adesione pedissequa delle richieste di Bruxelles nella speranza che l’unico che ne paghi le conseguenze in termini elettorali sia Gentiloni ed il suo governo.
In entrambi i casi il futuro economico, finanziario e sociale del paese è tutt’altro che roseo.
La nota distintiva di questo “accordo della disperazione” che pare disegnare la nuova legge elettorale è la morte dei programmi e il definitivo abbandono di ogni logica di alternativa tra i partiti in campo.
I cittadini elettori quindi si apprestano ad un voto sostanzialmente inutile, in quanto qualunque sia il voto attribuito, lo scenario quasi certo è un’ammucchiata al governo tra i partiti neo conservatori e di destra (PD, Forza Italia, Alfano) ed un opposizione populista e demagogica, altrettanto pericolosa (Lega e 5 Stelle).
E la sinistra? Purtroppo lo sbarramento che si preannuncia, non enorme di per se, rischia di essere mortale vista la frammentazione politica e personalistica in atto. In Italia, dopo la disillusione di centinaia di migliaia di elettori che avevano votato Renzi, con la convinzione che la sua leadership, fosse l’espressione di una sinistra sia pur moderata, lo spazio politico e conseguentemente elettorale per una sinistra davvero capace di innovare nei contenuti la sua proposta politica, sarebbe molto più grande del 5 per cento.
Purtroppo rimane il fatto che al momento gli elementi aggregativi sembrano ricalcare il passato, ovvero un ressemblement di carattere elettorale, piu’ che politico e programmatico e quindi destinato all’ennesimo insuccesso.
Il tempo, per una svolta radicale nel processo di ricomposizione della sinistra, associato ad un rinnovamento dei quadri dirigenti, è ormai davvero poco.
L’ultimo autobus è quasi al capolinea.

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