Le origini di House of Cards

Chi ha amato la serie tv americana House of Cards, prodotta da Netflix ed interpretata dall’ineffabile Kevin Spacey certamente sa che che è l’adattamento di una miniserie britannica ideata da Andrew Davies.

Entrambe le fiction devono però energia creativa e successo alla trilogia politica scritta da Michael Dobbs.

Nato nel 1948 Dobbs è stato consigliere di Margaret Tatcher e capo dello staff del Partito Conservatore nonchè vice Presidente del Partito nel biennio 1994-95.

Il primo dei tre romanzi che costituiscono un affresco crudo e coinvolgente della politica britannica, House of Cards, appunto, a cui seguiranno To play the King e The final cut ha avuto un clamoroso successo di pubblico e di critica.

E’ il ritratto politico ed umano di Francis Urquhart, Chief Whip del partito di governo (letteralmente Fustigatore Capo, l’equivalente del nostro capogruppo parlamentare) roso da una smodata ambizione che lo porterà a scalare il potere, insidiando il Primo Ministro in carica, a qualunque costo e con qualunque mezzo.

Il romanzo ci permette di conoscere il sistema politico britannico con le sue peculiarità che lo differenziano dagli altri paesi, ma anche con i tratti di sorprendente analogia con i sistemi politici di gran parte del mondo occidentale.

Pubblicato nel 1989 il primo capitolo della trilogia si sviluppa dopo la fine dell’era Tatcher. Quando il Primo Ministro in carica Harry Collingridge delude le aspettative del suo Chief Whip e questi decide di mettere anima e corpo per fargliela pagare cara e prenderne il posto.

Il romanzo che dipinge un affresco cinico e cruento della lotta politica ha avuto, soprattutto grazie alla serie tv americana, numerosi estimatori tra i politici anche del nostro paese.
E’ noto che il nostro ex premier, fan appassionato della serie tv, con una certa dose di provocazione intendeva farne un modulo
formativo della nuova classe dirigente del Partito.

Meno noto forse come l’autore del romanzo Michael Dobbs si sia sentito in obbligo di rivelare nel 2014, intervenendo all’International Communication Summit, di aver inviato una nota a Matteo Renzi per ricordargli che il libro è solo un’opera di intrattenimento e non un manuale di istruzioni per la contesa politica

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